venerdì 10 luglio 2009

Capitolo I

CRR.
Questo è il rumore che fa un’arma quando viene stretta nelle mani di un uomo che sta per usarla per la prima volta.
È incredibile quanto l’udito diventi sensibile quando stai per uccidere.
Il tuo stesso respiro ti circonda mentre il battito del cuore ti rimbomba nell’orecchio. Stringi l’asta del fucile con la mano sinistra e premi il calcio sulla spalla destra. La mano è vicina al grilletto ed è lì che percepisci quello strano suono.
CRR.
1947, primavera, campagna del sud. Un uomo di tredici anni ha fatto ciò che era giusto. Whiskey non soffrirà più e i vicini finalmente la smetteranno di preoccuparsi.
Obbedì al padre: legò Whiskey alla catena, vicino al muro del vigneto e gli sparò in fronte. Proprio come il suo vecchio aveva fatto due autunni prima con il puledro che si era azzoppato.
Poi la fossa vicino all’orto. Non troppo profonda, solo mezzo badile. Scavare era facile. La pioggia di stagione aveva ammorbidito la terra e l’aveva insaporita.
Un odore acre ma con un sapore di castagne e muschio. Il buon odore della terra fertile.
CRR.
Quel rumore fastidioso lo accompagnò lungo il tragitto fino a casa e rimase con lui per tutta la cena. Nel buio della sua stanza lo sentiva come ultima nota di ogni suo pensiero. Nonostante i rumori dei fratelli, il clangore delle stoviglie in cucina ed i muggiti che ogni tanto salivano dalla vicina stalla, Alan lo sentiva.
CRR.
Quello strano rumore divenne parte di lui, il marchio che segnò la sua anima.
Alan, uomo di tredici anni, futuro salvatore dell’umanità, lo capì: la sua infanzia giaceva sotto mezzo badile di terra.
Odorosa terra fertile.

venerdì 3 luglio 2009

Tutto in una notte

Faceva davvero caldo.
Da quando ho memoria, luglio è sempre stato il mese più caldo dell'estate, ma l'altro ieri, primo del mese, ho davvero sofferto.
Giornata stressante in ufficio. Riunione con un difficile cliente la mattina e un evento di formazione per progettisti tenuto il pomeriggio. Quanta pazienza. E quanto caldo.
Finalmente la palla infuocata ad ovest mi ricorda che la giornata è al termine e in poco più di un ora sarò a casa.
Il cellulare squilla. Quella suoneria ricavata da una serie tv demenziale mi ricorda che ho una moglie che reclama attenzione.
Devo ammettere che a volte non mi capisco.
Quando sono al telefono con qualcuno di cui non mi frega nulla, sono capace di parlare per ore. Forse per cercare di entrare nelle grazie di chi ascolta, per aggiungere un'altra persona a quelle che mi stimano.
Ma se a chiamarmi è qualcuno che davvero mi ama, sono incredibilmente sintetico. Direi lapidario.
Ventitre secondi di telefonata, giustappunto.
Vuole andare a mangiare pesce. Idea malsana, vista la poca compatibilità tra i listini dei ristoranti e il nostro reddito. Ad ogni modo, sono molto stanco e non mi va di affrontare una donna in cinta di sei mesi in preda ad una voglia.
In fondo mi farà bene uscire.
Dopo aver chiamato amici e parenti per un consiglio, scopro che il mercoledì molti ristoranti sono chiusi. La mia pazienza si esaurisce al quinto tentativo ma non posso deludere mia moglie.
"E se poi ci nascesse un figlio con otto braccia?"
Quando cerca di ottenere qualcosa a tutti i costi, è adorabile.
L'unico aperto è una specie di trattoria. Mia zia me lo raccomanda per il prezzo e la cucina ma di non aspettarmi chissà quale lusso.
Ma in fondo che mi frega?

"Strada di confine".
Che nome inusuale per una via di paese.
Arriviamo dopo averla imboccata dalla parte contraria, passando per una strada sterrata, piena di sassi e buche. Tipica strada suggerita da un navigatore satellitare.
Tralascio quanto fosse carino il posto, quanto fosse buona la cena, quanto fosse fresco il vino e quanto poco abbiamo effettivamente pagato.
Dico solo che ero "accelerato". Una fastidiosa sensazione di agitazione. Facevo tutto di fretta, Ma perché?
Stress probabilmente. O probabilmente no.
Resta il fatto che quando sono tornato a casa ero in una strana condizione. Ad ogni respiro profondo le orecchie si tappavano e le zanzare avevano smesso di pungermi.
Sabrina dopo aver posizionato il ventilatore in camera, mi invitava a raggiungerla.
Lei si addormentò quasi istantaneamente mentre io, come al solito, non sopportavo il rumore dell’elica del ventilatore.
Ma alla fine, come faccio ogni volta che fatico ad addormentarmi, iniziai ad immaginare lo scorrere delle nuvole in cielo ed in poco tempo caddi in un sonno profondo.
E sognai.

Un sogno improbabile.
Ho sognato di leggere un libro.
Edizione economica. Cartoncino rosso. L'immagine di un paesaggio boschivo disegnato con colori pastello. Lettere in oro.
Ricordo questi particolari, ma non il titolo. Che strano.
Ma ricordo l'autore: John Book.
Quel nome banale mi fece sorridere.

Credo che nella distorsione irrazionale del sogno sarei dovuto essere uno studente di liceo o un giovane universitario.
Dettaglio di poca importanza. Ero in un aula in compagnia di amici senza volto ed il libro mi assorbiva completamente.
Le frasi ed i racconti scorrevano veloci sotto i miei occhi.
La maledizione del principe, viaggio a nord, i racconti della lupa e altri ancora.
Racconti fantastici e novelle della buona notte per bambini.
Li leggevo per la prima volta con la sensazione di conoscerli da sempre.
Mi spiace solo che il sibilo elettronico della sveglia sia giunto mentre ero ancora a metà del libro.

Mi ritrovai capovolto: i piedi sul cuscino e la testa alla fine del materasso.
Guardando il mondo con occhi non ancora coscienti spensi l’allarme sul comodino e mi misi seduto.
Fissai per qualche istante la fessura delle ante accostate del balcone. Il cielo era di un azzurro intenso se non per qualche candida nuvola vagabonda.
Chiusi gli occhi, nella speranza di fissare ancora qualcosa del sogno appena morto.
Solo un dettaglio emerse chiaramente. La citazione della terza pagina:

Questo libro è già stato scritto.
In un altro tempo.
In un altro luogo.
- John Book -


E fu così che ciò che era una sensazione divenne certezza: ho letto il libro che scriverò.
Io sono John Book.

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